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Il Rito greco - bizantino


Per rito si intende l'insieme di consuetudini, testi, istruzioni liturgiche, tradizioni musicali, norme giuridiche, spiritualità, teologia, che informano il modo di essere cristiani di una frazione del popolo di Dio.

La varietà dei riti in uso nelle Chiese cristiane è derivata dal cristallizzarsi delle diversità nella celebrazione del culto sorte nei primi secoli del cristianesimo per motivi geografici ed etnici. I riti sono distinti in occidentali ed orientali.

• Gli occidentali sono:

Rito romano, diffuso da Roma in tutto l'occidente.

Rito ambrosiano, usato nella diocesi di Milano.

Rito gallicano, usato anticamente in Francia, Spagna e nord Europa ed in gran parte sostituito da quello romano per iniziativa di Carlo Magno. è rimasto in alcune diocesi sino al secolo scorso.

Rito mozarabico, usato dai cristiani spagnoli sotto la dominazione araba, reintrodotto nel XVI sec. e tuttora conservato in una cappella della cattedrale di Toledo.

• I riti orientali sono:

Rito bizantino, nei suoi diversi rami, greco, slavo, arabo (melkita) ecc. che si distinguono tra loro per la lingua liturgica ed alcune usanze particolari.

Rito copto, usato in Egitto ed in Etiopia.

Rito siriaco, usato nel territorio dell'antico patriarcato di Antiochia: Siria, Iraq, Iran, Malabar in India (malankaresi). I maroniti del Libano hanno introdotto usanze di origine occidentale.

Rito armeno, usato in Armenia.

I vari riti orientali, tuttora fiorenti, sono usati indistintamente da cattolici ed ortodossi, e si sono diffusi con il tempo al di fuori dei territori di origine.

Tra i riti orientali, il più seguito, attualmente da circa 250 milioni di fedeli, è quello bizantino, sia per il prestigio di cui nell’antichità godeva la capitale dell’impero, sia per l’attività missionaria svolta dai membri della sua Chiesa. È usato a Costantinopoli, in Grecia e nei paesi balcanici, nel vicino oriente – Siria, Israele, Palestina –, in Russia, Romania, Bulgaria e Finlandia. Comunità bizantine con propri vescovi sono sorte per la diaspora nei paesi dell’Europa occidentale, nelle due Americhe ed in Australia.

In Italia il rito Bizantino è seguito dalle comunità cattoliche di origine albanese – giunte in Italia nei sec XIV e XV – che tuttora conservano le antiche usanze e la lingua in Calabria – L’Eparchia di Lungro (CS) – ed in Sicilia – Piana degli Albanesi (Pa) –.

Chiese cattoliche delle varie comunità di questo rito esistono in Roma (S. Atanasio dei Greci, S. Maria in Cosmedin, S. Basilio, S. Antonio all’Esquilino, S. Salvatore alle Coppelle, S. Sofia a Boccea, SS. Sergio e Bacco ai Monti), Milano, Torino, Lecce, Bari.

Esistono anche alcune chiese greche ortodosse a Roma, Venezia, Trieste, Bari, Milano, Torino, Napoli che dipendono da un vescovo metropolita d’Italia. Inoltre comunità ortodosse rumene sono presenti a Milano, Torino, Firenze, Roma, Bari.

L’Eparchia di Lungro (CS)

Chiesa o Chiese bizantine?

La Chiesa Ortodossa è distinta in 15 Chiese autocefale ed autonome. Per l’antico legame, che univa nella coscienza comune la comunità religiosa e quella civile, il mondo orientale si è con il tempo distinto in comunità religiose autonome su base in genere nazionale. È così che, nel mondo ortodosso, ai quattro Patriarcati orientali tradizionali (Costantinopoli, Alessandria, Antiochia, Gerusalemme) si sono aggiunti con il tempo quelli di Mosca, Romania, Bulgaria, Serbia, ed hanno acquistato l’autonomia le chiese di Grecia, Cipro, Finlandia, Albania ecc.

Nell’ambito della tradizione bizantina esistono anche comunità cattoliche, sorte dall’unione con Roma di parti di Chiese ortodosse (ucraini, romeni, melkiti, ruteni ecc.)

Lingue liturgiche

Ciascuna di queste comunità celebra le officiature nella propria lingua: i Russi, gli Ucraini e i Bulgari continuano ad utilizzare il paleoslavo, i Greci il greco antico (medioevale). Altre comunità hanno adottato nel corso dei secoli differenti lingue: l’arabo nei paesi del Vicino Oriente – melkiti –, il rumeno, l’albanese, l’inglese, l’italiano, il giapponese, lo swaili, ecc.

Cattolici ed Ortodossi

Non vi sono sostanziali differenze nelle celebrazioni e nelle usanze tra le comunità cattoliche e quelle ortodosse. Quanto verrà detto nel prosieguo, a meno di specifiche indicazioni, sarà valido per entrambe.







La chiesa italo albanese


Gli albanesi giunti in Italia pru senza libri, sacre supellettili, senza la adeguata formazione dei presbiteri mantennero i loro fondamenti orientali, nella incomprensione degli ordinari diocesani sotto la cui giurisdizione erano, oltre la proverbiale forza degli arbëresh e degli emigranti, in genere, dobbiamo aggiungere il peso di Roma che preservò questo piccolo lembo d’Oriente nel suo seno o forse a pesare ancorà di più fu, come ipotizza il Padre Rettore del Seminario Eparchiale Maggiore di Cosenza, papàs Pietro Lanza, La Parchia di Lungro è stata eretta nel 1919 dal papa Benedetto XVI

La diocesi di Lungro comprende le parrocchie: Esaltazione della S. Croce - S. Paolo Albanese, S. Atanasio il Grande - S. Sofia d'Epiro, S. Basilio Magno - Eianina, S. Benedetto Abate - S. Benedetto Ullano, S. Costantino il Grande - S. Costantino Albanese, S. Demetrio Megalomartire - S. Demetrio Corone, S. Giorgio Megalomartire - S.Giorgio Albanese, S. Giovanni Battista - Plataci, S. Giovanni Battista - Acquaformosa, S. Giovanni Battista - San Basile, S. Giovanni Crisostomo - Firmo, S. Giuseppe - Marri, S. Maria ad Nives - Castroregio, S. Maria Assunta - Civita, S. Maria Assunta - Frascineto, S. Maria Assunta - Villa Badessa, S. Maria Assunta in Cielo - Firmo, S. Maria di Costantinopoli - Castrovillari, S. Maria di Costantinopoli - Macchia Albanese, S. Maria di Costantinopoli - Vaccarizzo Albanese, S. Mauro - Cantinella, S. Michele Arcangelo - Falconara Alb., S. Michele Arcangelo - Sofferetti, S. Nicola di Mira - Farneta, S. Nicola di Mira - Lecce, S. Nicola di Mira - Lungro, Ss. Pietro e Paolo - S. Cosmo Albanese, Ss.mo Salvatore - Cosenza, SS.mo Salvatore - Lungro


Anno liturgico


L'anno liturgico bizantino inizia la Grande e Santa Domenica di Pasqua ed è determinato dall’intersecarsi di due diversi cicli, quello delle feste mobili che dipendono dalla data della Pasqua e quello delle feste fisse che ricorrono a date determinate nel corso dell’anno. Da questa data infatti ha inizio il ciclo dell'oktoichos, successione di otto toni o modi musicali su cui cantare l’ufficio divino e la Divina Liturgia.

Le principali ricorrenze mobili sono: l’Ascensione di Nostro Signore, il sabato che precede la domenica di Pentecoste, in cui si commemorano tutti i defunti, la Pentecoste stessa. Nella domenica successiva vengono ricordati tutti i santi.

Nel periodo precedente alla Pasqua abbiamo la domenica di Carnevale, da cui inizia l’obbligo dell’astinenza dalle carni, la domenica dei latticini da cui l’interdizione si estende a latte e uova; la prima domenica di quaresima, festa dell’Ortodossia, in cui si commemora con una processione il termine dell’iconoclasmo; la terza domenica di quaresima in cui ha luogo l’adorazione della SS.ma Croce. La domenica delle Palme dà inizio alla Settimana Santa che conclude il ciclo.

Le principali feste fisse sono, a partire dal I settembre, Indizione dell’anno ecclesiastico:

14 settembre: Esaltazione della SS.ma Croce

21 novembre Presentazione al tempio della Beata Vergine Maria Santissima

9 dicembre: Immacolata Concezione.

25 dicembre: Natavità nella carne di Nostro Signore Gesù Cristo.

1 gennaio: festa della circoncisione del Signore ed inizio dell’anno civile.

6 gennaio: Teofania di Nostro Signore.

2 febbraio: Presentazione di Gesù al tempio.

25 marzo: Annunciazione.

6 agosto: Trasfigurazione.

15 agosto: Dormizione della Madre di Dio.

29 agosto: Decapitazione di San Giovanni Battista

Il calendario di ogni Chiesa ricorda, oltre ad un gruppo di santi più antichi, universali, anche santi propri. Il calendario di Costantinopoli ricorda oltre ai primi papi di Roma, tra gli altri anche S. Benedetto da Norcia, ma non include ad es. S. Francesco d’Assisi, vissuto dopo la divisione. Il Sinassario in uso nella Chiesa di Lungro comprende alcuni santi italo-greci tra cui San Nilo di Rossano.

Una caratteristica dell'anno liturgico bizantino è la commemorazione anche di avvenimenti religiosi (trasferimenti di reliquie, concili) come di avvenimenti civili, (terremoti, liberazioni di assedi, ecc.) Le regole per la determinazione della data di Pasqua sono state fissate dal I concilio di Nicea nel 325 in base alla data dell’equinozio di primavera. L’attuale mancata coincidenza della celebrazione tra la Chiesa di Roma e le Chiese ortodosse deriva dal mancato accoglimento della riforma del calendario promulgata da Gregorio XIII nel 1582. La Chiesa russa, ad esempio, non ha mai recepito il nuovo calendario neanche per le feste fisse, per questo celebra il Natale in quello che nel resto del mondo e per lo stesso calendario civile russo è il 7 gennaio, il calendario giuliano è infatti attualmente in ritardo di 13 giorni. Le Chiese bizantine cattoliche in genere celebrano la Pasqua in ogni nazione assieme ai fedeli che costituiscono la maggioranza della popolazione.

Divina liturgia


LITURGIA: servizio cultuale per la comunità che interessa tutto il popolo di Dio. La Chiesa greca chiama con questo nome il Santo Sacrificio, cioè l’atto pubblico per eccellenza che riguarda tutti i cristiani. Nel rito bizantino sono in uso tre testi della messa detta in Oriente “divina liturgia” (theía leiturgía), cioè celebrazione sacramentale della eucaristia. Il termine greco théios, -a, -on non vuol dire solo divino ma anche santo, sacro, meraviglioso, perciò il binomio santa liturgia rende bene l’idea del sacro. Nel rito bizantino i tre testi della santa messa sono:

1. Liturgia di S. Giovanni Crisostomo (celebrata tutto l’anno liturgico);

2. Liturgia di S. Basilio con un formulario simile allo schema della liturgia precedente ma con preghiere sacerdotali più lunghe (celebrata nelle vigilie di Natale e dell’Epifania; il 1° gennaio festa di S. Basilio; nella domenica della Grande Quaresima, il Giovedì Santo e il Sabato Santo);

3. Liturgia dei Presantificati (celebrata nei giorni della Grande Quaresima tranne il sabato e la domenica). Per la celebrazione della liturgia, sull’altare si trovano l’antiminsio, il Vangelo, la croce, l’artoforio. Un grande crocifisso è posto dietro l’altare. La protesi è una piccola mensa posta a sinistra dell’altare centrale, dove il celebrante compie il rito della proscomidia (preparazione dei sacri doni). Sull’altare della protesi si trovano le suppellettili liturgiche necessarie al Sacrificio: il calice, il disco, l’asterisco, i tre veli, la lancia, il cucchiaino (in disuso), il pane per la messa. La forma normale della liturgia comporta la presenza di un altro sacerdote o almeno del diacono. In sintesi il rito liturgico procede nel seguente modo: il sacerdote recita le preghiere sacerdotali davanti all’altare, mentre il diacono, fuori dall’iconostasi canta le corrispondenti litanie, a cui i fedeli rispondono con le ordinarie invocazioni (Kírie eléison = Signore pietà; Si Kírie = a te o Signore; Paráscu Kírie = concedi o Signore; etc.). Terminata la litania, il sacerdote conclude cantando la dossologia trinitaria, a cui il popolo risponde amìn. Questo schema si ripete più volte in diversi punti della liturgia. Quando il diacono non deve cantare le litanie, entra nel béma e si pone alla destra del sacerdote, per servirlo nella prosecuzione del rito. In assenza del diacono e in presenza di più sacerdoti concelebranti, tutti recitano le preghiere sacerdotali, a turno cantano le conclusioni trinitarie, e si alternano anche nel canto delle litanie. I chierichetti portano i ceri nelle due processioni (piccolo e grande ingresso - ísodos). In mancanza del coro, il lettore sopperisce alla lettura dell’epistola e ai canti liturgici.

La liturgia si divide in tre parti:

1. Preparazione: dopo le preghiere si preparano i sacri doni;

2. Liturgia dei catecumeni: davanti all’altare tre preghiere sacerdotali accompagnate da tre litanie si alternano con tre antifone. Esse rappresentano l’attesa del Vangelo nell’AT. Segue il piccolo ísodos: il Salvatore è simboleggiato dal Vangelo portato processionalmente; il canto dei tropari commemora poi la festa o i santi del giorno; seguono il Trisagio, la lettura dell’Epistola, preceduta e seguita da versetti, e la lettura della Parola di Dio. Dopo l’Evangelo si continua con una grande litania per tutti; una per i catecumeni e due per i fedeli.

3. Liturgia dei fedeli: inizia dopo la liturgia dei catecumeni, cioè al grande ísodos. Durante la preghiera dell’Inno Cherubico (Cherubikón), il sacerdote e il diacono portano i sacri doni sull’altare. Il grande introito rappresenta l’ingresso di Cristo nella città Santa, dove sarebbe stato sacrificato. Rivolto verso le Porte regali, il sacerdote alzando l’orarion inizia la serie di invocazioni e invita alla preghiera per le offerte portate sull’altare, per continuare poi con delle domande che solo i veri credenti possono rivolgere al Signore. Segue l’abbraccio di pace tra i concelebranti, l’uno dice all’altro: «Cristo è in mezzo a noi», e l’altro risponde «è e sarà». Segue il credo, durante il quale i celebranti agitano il velo grande sui sacri doni per indicare, in senso generale, l’azione dello Spirito Santo nell’opera della creazione e nella vita della Chiesa. Come all’inizio della creazione lo Spirito divino si muoveva sulle acque dando vita alla materia informe, così sull’altare lo Spirito di Dio cambierà il pane e il vino in corpo e sangue di Cristo. Una volta offerte le oblate in sacrificio e consacrate, il sacerdote rende grazie a Dio ed espone i motivi di tale ringraziamento; così come avviene nella Prefazio della liturgia eucaristica della Messa latina. Seguono l’Epiclesi e l’Anamnesi. Si ricordano poi i vivi e i morti. Il sacerdote compie la Frazione del pane consacrato in 4 parti; procede con la commistione dell’acqua calda nel Vino consacrato (Zéon) che ricorda la Pentecoste. Durante la comunione dei concelebranti, il coro canta un versetto chiamato kinonicón. Segue la comunione dei fedeli. La comunione sacramentale col Signore prefigura la Parusia, cioè la seconda venuta di Gesù Cristo. Un inno di gioia si eleva dalle anime illuminate dei fedeli che purificati sono divenuti eredità del Signore. Dopo il ringraziamento, il rito liturgico sta per concludersi. Il sacerdote esce dal Vima e si ferma davanti all’iconostasio dove recita la preghiera di benedizione dell’intero popolo. Conclusa la liturgia, il celebrante distribuisce l’antídhoron “al luogo dei doni”, a tutti coloro che hanno partecipato alla Divina Liturgia. Questi pezzetti di pane, già ricordati, sono quelli rimasti nella preparazione delle oblate e benedetti durante la messa mentre viene intonato l’inno alla Vergine MariaLa Divina Liturgia, come del resto ogni altra officiatura, è sempre solenne, sempre cantata, secondo melodie e modi di tradizione locale. Qualsiasi strumento musicale è bandito, anche l’organo che in occidente è considerato lo strumento liturgico per eccellenza.

La Preghiera


All’inizio della giornata per un fedele orientale l’Orthtros (mattutino), la celebrazione delle Ore: I, III, VI e IX.

l’Esperinòs (vespro) si celebra al tramonto del sole, è la preghiera di ringraziamento serale a Dio Padre, Figlio e Spirito Santo per la giornata trascorsa.

l’Apòdipnon conclude la giornata quindi con affidando la notte alla protezione della SS. Madre di Dio e di Gesù.

Alcune akolutie significative sono:

Aghiasmós: santificazione per mezzo dell’acqua benedetta o acqua santa. Insieme dei riti e delle preghiere che si compiono per la benedizione dell’acqua. Il Grande Aghiasmós è la cerimonia liturgica solenne per la benedizione dell’acqua una volta all’anno in occasione della festa della Epifania, distinta dal Piccolo Aghiasmós, rito ordinario della benedizione delle acque.






trisaghion nekrosimon (dei defunti ):
in commemorazione di qualcuno, nell’anniversario della morte, dei defunti viene celebrato il trisaghio dei defunti, consistente nel canto di tropari e nella recita di preghiere, con la benedizione e distribuzione dei kolivi: grano – simbolo di resurrezione – cotto e condito con aromi, confetti, chicchi di melograno ed altro.




In preparazione alla festa della dormizione o in particolari momenti della comunità viene celebrata la paraklisis, una supplica alla Madre di Dio, che è oggetto di grande venerazione da parte dei fedeli bizantini.







Acatisto: non seduto. Inno soprannominato il Te Deum greco. Esso venne composto da Romano il Melode nel VI secolo. Si recita in piedi in onore della Madre di Dio nei venerdì di quaresima e si conclude il sabato della quinta settimana. L’Akáthistos commemora la liberazione ad opera della Madre di Dio da una grande sciagura che stava per irrompere su Costantinopoli: l’invasione dei Persi e degli Avari nel 626: «A te, invincibile condottiera, innalziamo inni di vittoria noi, i tuoi servi, o Madre do Dio, liberati dalle minacce: ma tu, che possiedi la potenza contro cui non si combatte, liberaci da tutti i mali, e noi a te guideremo: rallegrati, Vergine Sposa!». Un tempo l’inno A. si cantava durante la notte del sabato della quinta settimana di Quaresima, mentre oggi si celebra durante il Mattutino dello stesso giorno. È un acrostico composto da 12 kontákia e 12 íkoi. Nel 626 fu aggiunta una venticinquesima strofa.

Le Chiese orientali cattoliche riconoscono invece l’autorità del Papa di Roma.

Sacerdozio Secondo la tradizione antica le Chiese bizantine – anche cattoliche – consentono il conferimento degli ordini sacri: suddiaconato, diaconato e sacerdozio, anche ad uomini sposati.

Il Vescovo è sempre celibe o al più vedovo, per questo in genere è scelto tra i sacerdoti celibi e spesso tra i monaci.

Le Icone


ICONE immagine. Nella storia dell’arte bizantina il termine icona (o icone, al plur. iconi) è stato attribuito a qualsiasi rappresentazione di immagine sacra a prescindere dalla tecnica utilizzata per realizzarla. Per icona s’intende un dipinto sacro su di un supporto (legno) mobile adeguatamente preparato con l’imprimitura per ricevere un dipinto. Al V secolo risale la leggenda secondo la quale Eudocia, vedova dell’imperatore bizantino Teodosio II (408-450), avrebbe inviato da Gerusalemme a Bisanzio un’immagine della Madre di Dio Odighítria dipinta da S. Luca. Nella stessa epoca si diffuse un’altra leggenda relativa al mandýlion (mand»lion) volto santo di Cristo proveniente da Edessa, che secondo la tradizione venne anch’essa dipinta da S. Luca.

Il mandýlion fu destinato a divulgarsi alla fine del VI secolo, al tempo della guerra di Bisanzio contro la Persia. L’icona carica di grazia divina, dà inizio ad una relazione intima tra il fedele e il santo rappresentato che si venera. L’icona era venerata sia negli edifici di culto pubblici che privati. Le iconi processionali erano dipinte in entrambe le facce della tavola. Le più antiche provengono dall’Egitto, soprattutto dal monastero di S. Caterina sul Monte Sinai del VII-VIII secolo e dai monasteri di Costantinopoli come la Vergine col Bambino proveniente dal monastero di Hodighói (dal quale deriva il termine odighítria - Colei che indica la via) quest’ultima replicata più volte. Nel IV secolo la venerazione delle icone era rivolta alla Croce e alle reliquie; nel V secolo si diffuse ampiamente, e nel VI si diffuse il culto ad immagini ritenute miracolose. Le icone raffigurano il Cristo, la Madre di Dio, mai senza il Cristo, i santi. Poiché Dio incarnandosi ha assunto un aspetto visibile, l’icona insieme alla Parola, è parte integrante della Divina Liturgia, e permette di conoscere Dio attraverso la sua bellezza. Dio padre non viene mai rappresentato. Il divieto dell’Antico Testamento è stato tolto con l’incarnazione mediante il Cristo, per lui e per le membra del suo corpo. Come si è accennato le icone (o le iconi) si dipingono su tavole di legno preparate con il levkas bianco, fondo di gesso. I colori utilizzati sono quelli naturali (terre) mescolati con rosso d’uovo (collante). Le Sante Immagini rappresentano l’arte dell’oikumene cristiana, la raffigurazione grafica delle Sacre Scritture. La sacra tradizione del passato che si è espressa nelle più importanti scuole iconografiche levantine, le quali facevano largo uso delle iscrizioni, dei monogrammi, dei segni, dei simboli, delle insegne, del gesto, delle linee maestre, della prospettiva etc., per dare la prima chiave alla lettura, fornisce ai pittori moderni una guida sulla quale portare avanti la propria esperienza

Sacramenti


I sacramenti per gli orientali sono meno rigidamente classificati che in occidente, l’eucrestia è centrale all’interno dell’iniziazione cristiana..

Battesimo Il rito del battesimo secondo l’uso orientale fu di grande ostacolo per i vescovi latini ordinari degli Italo-Greci e Italo-Albanesi. I presuli latini cercaromano d’imporre ai fedeli di rito bizantino le fonti battesimali e la loro consacrazione annuale. Contro queste ingiuste esigenze, i Greci e gli Albanesi d’Italia furono protetti dai pontefici che confermarono per loro la libertà di conservare gli antichi riti. Per le unzioni che precedono il battesimo, già Innocenzo IV nel 1254 aveva imposto ai Greci di Cipro, di conformarsi all’uso latino. Nel rito bizantino il battesimo avviene per mezzo di una triplice immersione ed emersione secondo la prassi antica, nella kolymvíthra (fonte battesimale), in acqua tiepida santificata in precedenza dal vescovo o sacerdote celebrante. La trina immersione era praticata anche in Occidente fin dall’antichità come riferimento alla Trinità e in seguito anche come «triduo di sepoltura». La cerimonia viene seguita dal rito della Confermazione e della somministrazione dell’eucarestia, a volte avviene anche nelle chiese orientali per aspersione.




L’Eucarestia - è sempre distribuita sotto le due specie, un piccolo pezzo di pane (lievitato) bagnato nel vino. Assieme alla Cresima, viene secondo l’uso antico data per la prima volta al neobattezzato.

La Confermazione - viene norma conferita nella stessa cerimonia del battesimo. Il sacerdote unge con olio benedetto dal vescovo detto myrón (s. crisma), al quale si aggiungono aromi, la fronte, gli occhi, le narici, la bocca, le orecchie, il petto, le mani ed i piedi del cresimando.

La Confessione - La confessione, nella pratica ortodossa, è generalmente vista come una forma spirituale di guarigione piuttosto che come un tribunale. La relativa mancanza di una visione legalistica riflette l'approccio patristico che vede il peccato come una passione interiore e una schiavitù. Gli atti esterni peccaminosi - che possono essere provati giuridicamente - sono solo una manifestazione di questa malattia interiore dell'uomo. ha luogo dinanzi un’icona o all’Evangelo, si impone l'epitrachilion (stola) sulla testa del penitente durante la preghiera di assoluzione



Sacramento dell’Incoronazione- La celebrazione del matrimonio nel rito bizantino contiene due parti ben distinte: il fidanzamento (sponsali) e le nozze (incoronazione). Si inizai con il Rito del fidanzamento. La chiesa è chiusa gli sposi aspettano fuori con gli invitati. Il sacerdote va incontro agli sposi all’ingresso della chiesa dove lo sposo ha alla sua sinistra la sposa, il sacerdote interroga se intendono unirsi liberamente in matrimonio, ottenuto il consenso li benedice tracciando tre segni di croce. A questo punto si entra in chiesa mentre il sacerdote incensa, davanti all’iconostasi è preparato un tetrapodio (piccolo altare) su cui si trovano il Vangelo, le corone, gli anelli ed un bicchiere di vino rosso. Si recita una grande litania in cui si prega per i due che si uniranno in matrimonio, al termine il sacerdote prende gli anelli, traccia un triplice segno di croce sui fidanzati. Infila l’anello dapprima nell’anulare della mano destra dell’uomo e dice: «Il servo di Dio (N.) prende la serva di Dio (N.) come fidanzata, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amìn». La stessa cosa fa con la donna. In questo momento i testimoni (di primo piano è il loro ruolo nella liturgia del matrimonio bizantino: essi sono quasi dei concelebranti) scambiano 3 volte gli anelli ai fidanzati. Gli anelli sono il pegno di fedeltà, cioè la promessa vicendevole del reciproco dono di vita. Segue una preghiera che da un lato riconduce a Dio l’unica sorgente di amore fedele e, dall’altro, spiega il perché dell’inserimento della fede nell’anulare destro «Per mezzo dell’anello il nostro Padre celeste si è mostrato misericordioso verso il figlio suo. Disse egli infatti: “Mettete l’anello nella sua destra e uccidete il vitello grasso e, banchettando, rallegriamoci”. La tua destra, o Signore, ha guidato Mosè ad accamparsi presso il Mar Rosso». Subito dopo si passa alla celebrazione delle nozze. Segue il Rito delle nozze (incoronazione) Il rito delle nozze comincia con il canto del Salmo 127, poi il sacerdote recita 3 orazioni intramezzate dall’invito ai presenti ad unirsi nella preghiera. In relazione alla venuta del Messia vengono ripercorsi i grandi fatti della storia della salvezza: Abramo e Sara, Isacco e Rebecca, Giacobbe e Rachele, Iesse, la Vergine da cui nacque Cristo. Quindi ha luogo il rito centrale delle nozze, le corone, poggiate sul tetrapodio già dall’inizio, sono il simbolo della grazia che la coppia riceve per formare una nuova famiglia. Infatti anticamente erano fatte con spighe di grano intrecciate, auspicio di fertilità e prosperità. Il sacerdote la pone sul capo dello sposo e dice «Il servo di Dio (N)riceve come corona la serva di Dio (N) nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amìn». Così anche per la sposa. Si continua con l’Epistola, la lettura del Vangelo e due litanie, quindi si recita il Padre nostro. 3. Per brindare alla nuova unione il sacerdote offre agli sposi un bicchiere di vino: dopo che gli sposi hanno bevuto, il sacerdote si allontana e getta in terra il bicchiere infrangendolo: ciò è il simbolo della indissolubilità del matrimonio. Il bicchiere, cioè, è servito solo per quelle nozze e gli sposi non si sposeranno più. A questo punto gli sposi preceduti dal sacerdote e seguiti dai testimoni (che reggono le corone) fanno 3 giri intorno al tetrapodio, cantando degli inni. Al termine del terzo giro il sacerdote toglie le corone che gli sposi baciano. Segue un’ultima preghiera e la benedizione finale che gli sposi ricevono a capo chino. Il rito si conclude con l’abbraccio degli sposi.



L’Ordinazione avviene con cerimonie proprie a seconda del grado, suddiaconato, diaconato, sacerdozio, episcopato.

L’unzione degli infermi può essere impartita secondo due modalità: la più solenne prevede l’unzione del corpo dell’infermo da parte di sette sacerdoti. Più comunemente attualmente è previsto l’intervento di un solo celebrante.

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