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Origini di Firmo
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1. L'Albania di Skanderbeg
§ 1.1 L'Arberia
Con il termine "Arberia", dall'antico nome dell'Albania, si suole far
riferimento a tutta la diaspora albanese e alla loro presenza in Italia.
Gli albanesi che vivono in Italia anche se non dimoranti in territorio compatto, sono
da considerarsi come un gruppo etnico vero e proprio poichè si riscontra in loro, una
auto-identificazione e un auto-riconoscimento.
Come gruppo etnico, gli italo-albanesi o arbereshe si distinguono soprattutto per un modello
culturale: la lingua usata. La difesa della propria identità si pone non solo come affermazione di
cultura ma anche come sensibilità verso i diritti vitali e linguistici di tanti albanesi costretti alle
inevitabili fughe dai loro paesi. Pertanto la civiltà di una nazione si misura sulla capacità di
far convivere le idee e i vari raggruppamenti nel suo ambito, aprendosi alla varietà dell'esperienza
umana.
§ 1.2 L'Albania e la sua storia
L'attuale stato albanese si estende per kmq 28.748 con una popolazione di 3.000.000
di abitanti. Tirana è la capitale del paese dal 1920.
Il paese venne abitato sin dalla preistoria da popolazioni Illiriche, che come
testimoniano ricerche archeologiche dimostrano una continuità con l'attuale popolazione. Nel
VII sec a.C. venne colonizzata dai greci, in seguito nella zona di Scutari sorse nel 250 a.C. un
regno d'Illiria indipendente che nel 168 a.C venne sottoposto al dominio di Roma.
Con lo sfaldamento dell'Impero Romano venne dato ai bulgari la possibilità
di impossessarsi di questo territorio fino al 1018, quando questi ultimi vennero scacciati dai
bizantini. Il formarsi di un forte stato mussulmano segnò una svolta decisiva nella vita dei
popoli del sud-est europeo .
Nel secolo XI i Turchi, chiamati ottomanni dal loro capo Otman, iniziarono la loro
espansione militare verso l'europa affermando la loro supremazia. Nel 1389 cadde la Serbia e la
Bulgaria. I popoli balcanici, serbi, greci, albanesi non si seppero unire contro il pericolo turco.
I turchi invasori, instaurarono in Albania il loro duro dominio militare, anche se
alcune popolazioni resistettero strenuamente senza piegarsi alle leggi degli ottomanni. Una forte
resistenza per 20 anni (1440-1460), fu determinata sui monti dell'Albania da Giorgio Castriota
Skanderbeg. In seguito tutta la Balcania fu sommersa dall'invasione turca e si creò l'Impero
Ottomanno con capitale Instanbul o Costantinopoli antica.
§ 1.3 L'eroe Nazionale: Giorgio Castriota Skanderbeg (1405- 1468)
Giorgio Castriota nacque nel 1405 nella valle del Mati, in Albania Settentrionale.
Trascorse la giovinezza presso la corte turca come ostaggio di guerra. Il padre Giovanni era stato
una dei principali promotori di una lega contro i turchi, i quali gli avevano inflitto una severa
sconfitta.
Amurat II consentì allo stesso Giovanni di restare nel suo governo, a patto
che gli venisse corrisposto un tributo annuo e gli venissero consegnati i suoi 4 figli maschi in
ostaggio ad Adrianopoli, la capitale.
Quando Giorgio cominciò la vita presso la corte turca, aveva 9 anni. Egli
crebbe notevolmente in intelligenza e forza fisica. Il Sultano che ammirava le sue doti,
all'età di 18 anni, lo nominò "Sangiacco", cioè comandante di un corpo
di soldati. Per le grandi prove di valore, venne soprannominato 'Skanderbeg' (Skender = Alessandro;
Bej o Beg = Signore), con allusione al grande Condottiero Macedone.
Nel 1442 mori' il padre Giovanni, secondo i patti uno dei figli doveva ereditare il
dominio paterno, ma Amurat impose un governatore mussulmano, esiliò la mamma e soppresse i tre
fratelli, risparmiando solo Giorgio, di cui aveva fiducia e ammirazione. Queste furono le ragioni che
fecero scattare in Skanderbeg la molla della ribellione contro il suo protettore. Infatti quando si
trattò di andare a combattere contro la lega cristiana, promossa da Papa Eugenio IV, Skanderbeg
si ritirò dal combattimento proclamando la sovranità e l'unione della stirpe albanese.
L'eroe cercò di mettere d'accordo i signorotti di Albania per la liberazione
dagli Ottomanni, infatti assicuratosi l'appoggio di molti, nel 1444 riuscì ad infliggere la prima
grande sconfitta all'esercito turco.
Morto Amurat nel 1451, prese il potere Maometto II. Il nuovo sultano non esitò
ad intraprendere una serie d'iniziative strategico-diplomatiche, volte a minare il potere di Skanderbeg,
strappandogli l'appoggio dei principi albanesi.
Dopo alterne vicende Skanderbeg riportò due vittorie contro gli attacchi di
Maometto. Nel 1453 il giovane sultano riusci' a conquistare Costantinopoli trasformando la famosa
basilica di S. Sofia in moschea e a dominare la famosa capitale dell'impero d'oriente; ma non
riuscì a piegare la resistenza creatasi.
Nel 1455 l'esercito di Skanderbeg subì l'unica gravissima sconfitta dai turchi,
migliaia furono i morti; ma ciò anzichè deprimere l'eroe, lo stimolò alla lotta e
alla vendetta. Nel 1459 venuto in Italia per aiutare Ferdinando I D'Aragona contro Goivanni
D'Angiò, ottenne in compenso alcune terre in Puglia. Intanto Maometto organizzò, con
l'aiuto dell'irriducibile Ballabani, il più grande esercito che avesse invaso l'Albania, ma
la bravura di Skanderbeg riuscì ancora una volta a prevalere.
Nel 1466 un assoluto bisogno di aiuti finanziari e bellici, costrinse l'ormai
anziano condottiero ad intraprendere un viaggio della speranza a Roma, da Papa Paolo II. Sui
risultati di questo viaggio ci sono pareri discordanti:
1) avrebbe avuto dal Papa 3000 ducati, una spada e un elmo benedetti;
2) avrebbe avuto aiuti per i suoi ambasciatori recatisi a Napoli e a Venezia;
3) avrebbe avuto aiuti dai principi, al suo rientro in Albania.
Rinvigorito riprese le ostilità contro i Turchi, che si diedero precipitosamente
alla fuga. Nel 1468 appoggiato dal rappresentante di Venezia, che spalleggiava gli albanesi,
convocò ad Alessio la lega albanese per suggellare un patto d'unità. Ma non riuscì
a terminare quest'impresa a causa della sua morte avvenuta pochi giorni dopo, il 17 Febbraio 1468.
Dopo la sua morte cominciò la paurosa decadenza dell'Albania. I templi
vennero trasformati in Moschee, molti albanesi insofferenti al dominio turco, subito dopo la morte
di Skanderbeg, emigrarono numerosi verso l'Italia.
§ 1.4 La personalità dell'eroe albanese
L'eroe nazionale albanese non fu solo un grande condottiero, ma anche un abile
politico:
- diede privilegi ai contadini mettendo nei posti di comando giovani nobili a difesa dei feudi;
- respinse il concetto dominante delle truppe mercenarie;
- facendo leva sul suo popolo, riuscì a creare un esercito nazionale, conseguendo così
svariate vittorie.
Egli è ancora oggi considerato da tutti gli albanesi il "simbolo della
libertà, della patria, dell'eroismo e della lotta contro tutte le forme di oppressione".
La sua figura ha ispirato storici, artisti e poeti che hanno contribuito a rendere ancora più
leggendaria la sua vita.
Da alcune notizie pervenuteci, pare che attualmente le sue armi si trovino presso
il museo imperiale di Vienna. Queste erano state portate in Italia dalla moglie Donika e dal figlio
Giovanni, più tardi vennero vendute agli agenti del principe degli Asburgo, noto collezionista
di armi.
Caratteristico è il suo elmo, che viene descritto come una specie di
cappuccio di acciaio, rivestito di pelle all'interno; sopra vi è un cerchio metallico, ornato
di fiori, dove sono scritte in latino le iniziali: "JW, PE, RA, TO, RE" che significano
"Gesù di Nazaret benedice Skanderbeg, principe di Mat, re dell'Albania, terrore degli
Ottomanni, re della Toskeria" Dalla parte superiore del cappuccio vi è una testa di
capra in oro, paragonata alle qualità dell'eroe: velocità e agilità. Ma una
leggenda, a proposito dell'elmo, narra che durante la lotta contro i turchi l'eroe si trovò
accerchiato dai nemici e per uscirne raccolse un branco di capre alle cui corna legò delle
torce accese e di notte vennero spinte contro i turchi. Questi, credendo di essere assaliti,
fuggirono. In ricordo di ciò Skanderbeg avrebbe deciso di posizionare sul suo elmo la testa
di una capra.
§ 1.5 L'emblema Albanese
Un altro simbolo significativo, per la tradizione Arbereshe, unitamente a quello di
Skanderbeg è "l'aquila". Questa ha sempre simboleggiato la forza, la potenza e il
coraggio.
Nel XIII secolo l'aquila bicipite apparve addirittura nello stemma imperiale. In
Albania l'esempio di aquila come stemma si ritrova nel principato di Arber, nel sec XII. L'aquila
bicipite venne assunta come emblema di Skanderbeg nel secolo XIV; il rosso e il nero che la
caratterizzano, avrebbero i seguenti significati:
- il rosso rappresenta il sangue degli albanesi versato per la libertà;
- il nero il lutto per le loro oppressione.
La bandiera di Skanderbeg è caratterizzata da una stella a sei punte, che
allude alle famiglie sue alleate. L'aquila non si usò in Albania sino al 28 novembre 1912
quando questa emerse come nazione sovrana.
2. Il grande esodo
§ 2.1 Gli albanesi verso l'Italia ospitale
I rapporti tra Italia e Albania sono stati sempre molto frequenti a causa della
vicinanza geografica dei due popoli. Tra i primi contatti è da ricordare quello di Alessandro
Molosso, re dell'Epiro che giunse in Italia con desiderio di conquista (nel 331 a.C. in Calabria).
Già gli Illiri, antichi albanesi, li troviamo nella Puglia dove fondarono la
stessa Bari. Tra il 1416 e il 1446, re Alfonso D'Aragona, durante la guerra contro Luigi III
D'Angiò per la conquista del Regno di Napoli, chiamò a suo servizio tre poderose
squadre di soldati albanesi, che al comando di Demetrio Reres si distinsero nei fatti di Calabria,
(prima emigrazione). Gli albanesi di Reres, condussero in Italia anche le loro donne, e vi si
stabilirono definitivamente. Conquistata la Calabria, Reres ne divenne il governatore, e si
stabilì a Reggio, mentre i suoi albanesi si trasferirono nella provincia di Catanzaro, dove
fondarono: Andalo, Arietta, Caraffa, Casalnuovo, Zangarone, Gizzeria. Altri albanesi, passati in
Sicilia, diedero vita in provincia di Palermo a: Palazzo Adriano, Mezzoiuso.
Della presenza albanese abbiamo anche una lettera di San Francesco di Paola,
datata il 23 Settembre 1466, in cui si legge: "Alcuni poverelli arrivati in capo alla montagna
di Montalto, ritrovaro cinque ladroni albanesi, e li presero, li spogliarno e li levorno i
denari".
§ 2.2 La Seconda e Terza emigrazione
La seconda importante emigrazione albanese in Italia fu pure di natura militare.
Negli anni 1461-1462 forti contingenti di albanesi arrivarono con Skanderbeg per combattere a favore
di re Ferrante che, morto il padre, aveva incontrato una notevole opposizione per la successione al
trono di Napoli. Liberato il re, quest'ultimo gli concesse in premio i feudi di Monte S. Angelo e di
S. Giovanni Rotondo. Qui altri albanesi vi presero dimora, mentre i feudi costituivano base di
appoggio e meta per gli altri numerosi profughi.
Il grande esodo degli albanesi va dal 1468 al 1480 (Terza Emigrazione) e prosegue
lento fino al 1756. Sono questi gli anni in cui dalla scena scompare Skanderbeg, con la caduta di
Kruja e Scutari (1478-1479) finisce l'Albania come nazione libera e indipendente, mentre ha inizio
sotto gli Ottomanni quella dominazione letale che durerà per secoli, fino al 1912.
Nel 1477 un forte gruppo di profughi, provenienti dalle coste albanesi,
approdò in Puglia. Alcuni si rifugiarono nel feudo del Castriota, altri si stabilirono a
Fagiano, Martirano, San Marzano, Castelluccio, Panni; altri ancora risalirono l'adriatico e nel
Molise fondarono Campomarino, Ruri, Porto Cannone. Un'altra ondata dalla Puglia passò dai
monti della Lucania dove diede origine a Barile, Maschito, San Costantino, Ginestra.
Nel 1470 l'illustre famiglia albanese dei Lazi, si stabilì a Rimini,
assumendo il cognome di "Albani" in memoria della loro origine; da questa famiglia discese
Papa Clemente XI, che ebbe tanto a cuore il bene degli albanesi d'Italia, da interessarsi alla
fondazione del Collegio Italo-Albanese "Corsini" di S. Benedetto Ullano.
Dopo la caduta di Kruja e Scutari, mentre poche famiglie emigrarono nel Veneto,
la Calabria divenne il punto di approdo e quindi la meta di numerose popolazioni albanesi. Si ebbe
così la nascita di molti paesi albanesi, che non ha riscontro in nessuna regione d'Italia.
È di questo periodo la fondazione di paesi sorti in zone montuose intorno ad antiche abbazie:
Lungro, Firmo, Acquaformosa, Civita, Frascineto, S. Basile, Mongrassano, S. Lorenzo, S. Sofia e San
Benedetto.
§ 2.3 La Terza e Quarta emigrazione
Continuando la storia dell'esodo albanese, dobbiamo ricordare quello verso la Morea
e Corone (Grecia), tra il 1532 e il 1534, che erano diventati centri importanti degli albanesi. Gli
albanesi coronei, minacciati dai turchi, si imbarcarono nelle navi dell'ammiraglio Andrea Doria, che
li sbarcò nelle coste del regno di Napoli. Essi vennero accolti benevolmente dall'imperatore
Carlo V, tant'è che vennero assegnati a loro delle terre in Puglia e in Calabria, per
mantenersi. L'imperatore Carlo V, che aveva ammirato la loro condotta, fece noleggiare un gran numero
di navi ed imbarcò quante famiglie albanesi e greche di Corone e di Modone gradirono emigrare
nell'Italia meridionale. Con la pensione che gli elargiva Carlo V, essi vedevano la vita con una
visione più serena dei connazionali.
Vivendo per secoli in Grecia, avevano assorbito la civiltà e lo spirito di
quel grande popolo. Così tra le comunità Arbereshe, che vegetavano miseramente nella
povertà, essi portarono la lingua albanese piena di vocaboli greci, i costumi greci, greche
le tradizioni, greco il rito e i costumi religiosi.
I connazionali, precedentemente emigrati, erano agricoltori e per lo più
analfabeti. I coronei erano agricoltori, artigiani, mercenari, sacerdoti che sapevano leggere e
scrivere e che assunsero la direzione materiale e spirituale dei villaggi. I privilegi concessi ai
Coronei valsero a creare l'aristocrazia, ciò ha giovato perchè ha tolto gli
Italo-albanesi dall'isolamento. Parte dei Coronei rimase a Napoli, altri preferirono la Sicilia; una
gran parte preferì stabilirsi in Calabria: quasi tutti andarono a ripopolare i paesetti
fondati dai connazionali.
Quelli che in Calabria si stabilirono a S. Demetrio, nel feudo del monastero di S.
Adriano, più tardi, in omaggio alla patria di origine, aggiunsero "Corone" al nome
del paese, si ha così "S. Demetrio Corone", e più tardi nel 1873, aggiungendo
Epiro al nome di un altro paese si ebbe "S. Sofia D'Epiro".
Nel 1540, altri profughi giunsero in Italia; accolti ad Ururi da Monsignore
Mudarrà, ottennero da lui le terre del paese.
§ 2.4 La Quinta e la Sesta emigrazione
Nel 1647 ci troviamo di fronte a due successive emigrazioni dalla Morea. Allettati
dalla felice sorte dei Coronei, 175 cittadini di Pressio in Morea, si rifiutarono di pagare un tributo
ai Turchi ed emigrarono in Italia. Furono accolti a Mottola dal duca di Martino il 23 maggio; questi
appartenevano alla religione musulmana, da cui ben presto si distaccarono per ritornare alla religione
cattolica.
Nel 1680 alcune famiglie fuggite, fondarono in Puglia, in provincia di Foggia,
Chieuti; guidati da due sacerdoti, Giorgio e Macario Sevastò. Nel 1691, in Sicilia, fu fondata
S.Cristina di Gela. Tra il 1727 e il 1733 ebbe luogo una nuova emigrazione di albanesi dai paesi
della Craiana, nel 1744 si verifica la solitaria emigrazione del villaggio di Bicherni, posta sopra
la punta del promontorio dei monti della Chimera, tra Illiria e L'Epiro. Queste popolazioni,
perseguitate dall'autorità Turca, vennero in Italia guidate da tre autorità di rito
greco. Carlo III di Borbone li fece stabilire a Villa Badessa (Abruzzo) in un antico feudo della
Casa Farnese dove furono provvisti di bestiame e di attrezzi per coltivare quelle tenute boscose
messe a loro disposizione, e con le rendite di tre antiche badie, costruirono anche la parrocchia
di rito greco.
§ 2.5 La settima emigrazione
Nel 1746 alcuni albanesi, che erano al seguito del duca Luboiville, si sarebbero
fermati nel Piacentino. Grazie alla loro audacia caddero le fortezze di Piacenza e Pavia. Ci sono
alcuni documenti che dimostrarono l'esistenza di famiglie albanesi nella zona, ma la loro consistenza
numerica fu molto scarsa e quindi non in grado di formare quel nucleo vivo che amiamo chiamare
l'Arbrì.
Un cenno a parte per i numerosi soldati albanesi che militarono assoldati dai vari
re e signori. Essi si distinsero per forza e audacia. Gli Stradiotti, provenienti più che
altro da Durazzo, formarono l'ossatura degli eserciti Veneti sin dal 1472. Essi erano cavalieri con
lieve armatura, muniti di scudi, di lancie e di spade; i loro cavalli erano velocissimi e vigorosi.
Un cenno storico a tale proposito: una milizia di centomila Stradiotti, assoldati da Venezia, fatti
venire dalla Macedonia, dall'Epiro e dall'Albania, combatterono il 6 Luglio 1495 contro Carlo VIII.
I francesi fuggirono, atterriti dal modo di combattere degli Stradiotti.
Occorre evidenziare che gli albanesi sono giunti in Italia con una notevole
dignità militare: essi sono venuti come guerrieri ai quali competeva il titolo di nobili
perchè chi non era nobile non andava in battaglia, secondo la mentalià del tempo.
Anche lo splendore e l'aristocratica eleganza dei costumi, testimoniano l'antica dignità e lo
spirito regale che era prerogativa dei profughi albanesi che abbandonarono la loro terra.
Gli albanesi venuti in Italia, non godettero di una buona "stampa"
tant'è che lo storico Boudel li definì "sensibili alla sciabola ed agli ori,
imperiosi e pronti a menar le mani". Ma Garibaldi non dimenticò l'eroismo e l'ardore
degli Italo-Albanesi che presero parte alla sua impresa ed il 2 ottobre del 1860 dichiarò:
gli albanesi sono eroi distintissimi in tutte le lotte contro la tirannide.
§ 2.6 Specchietto delle VII Emigrazioni
3. La condizione dei popoli Arbereshe
§ 3.1 La fuga
Durante la lotta contro gli Ottomanni, le popolazioni terrorizzate dalla venuta dei
Turchi, abbandonavano la cose più care: i campi, le case e fuggirono verso l'Adriatico. Con la
fantasia è possibile immaginarli ansimanti sotto il peso di un gran carico, seguiti da pecore,
capre, cani; lunghe file di uomini, vecchi sorretti da bastoni, donne con bambini in braccio che
camminavano, che ansimavano, che piangevano e che pregavano di arrivare al litorale albanese sani e
salvi, dove le navi di Venezia, di Roma, di Napoli e di Ragusa venivano a raccoglierli, ad ammassarli
come stracci nelle stive, e dopo una navigazione impossibile, li scaricavano sui litorali italiani.
Su quelle rive, aveva inizio la seconda fase del calvario.
Un prezioso documento è una lettera di Papa Paolo II che scrive a Rodolfo di
Borgogna: "............... le città che finora avevano resistito al furore dei Turchi,
sono ormai cadute............. non vedesi ovunque che spavento e dolore.......... non si può
non piangere alla vista di queste navi e di queste famiglie, che scacciate dalla loro abitazione,
stanno sedute sulla riva del mare, stendendo le mani al cielo".
§ 3.2 Il loro trattamento
Gli Albanesi che approdarono nei domini della republica di Venezia si inserirono
nelle città e furono facilmente assorbiti. Altri, dopo lunghe attese nei porti e sulle rive,
vennero accolti da baroni in località impervie dell'Italia Meridionale, lontani da centri e
da strade.
La delusione dei profughi fu notevole, perchè speravano di raccogliersi in
un unico luogo, per meglio sorregersi dalla sventura. Ma i feudatari si erano opposti, perchè
avevano bisogno di uomini per lavorare nei loro feudi, e per lavorare nei paesi distrutti dai
terremoti, anche perchè una gran massa di albanesi uniti, costituiva un pericolo per il re e
per i feudatari.
I profughi avevano la libertà di scegliere i feudatari; ad esempio nei feudi
della Chiesa si stabilirono gli albanesi di Sicilia ed ebbero una vita priva di disagi, mentre quelli
che si stabilirono nel Meridione, continuarono a vivere con privazione.
I re Aragonesi e i pontefici raccomandarono un decoroso trattamento ai profughi, ma
ben presto i feudatari ripresero la loro tipica autorità feudale, esercitando dolorose
oppressioni. I rapporti degli italo-albanesi con i nativi non seguirono, per tali motivi, un corso
normale da garantire un buon ordine sociale. Gli Albanesi avevano ligua, usi, costumi, riti religiosi
differenti; i feudatari e i governi, avrebbero potuto valorizzare le zone da loro abitate, costruendo
strade, togliendoli dall'isolamento, ma non lo fecero. Pertanto non istaurandosi buoni rapporti con
le popolazioni indigene,gli albanesi furono additati al disprezzo di tutti come dice un noto detto
calabrese :"Quannu vidi lu gieggiu (albanese) e lu lupu, spara allu gieggiu e lascia lu
lupu". A questo detto l'albanese reagì con un altro che nella tradizione italiana suona:
"Maiali e italiani non portate in casa".
La verità è che l'albanese era leale, sincero e solidale, quando
queste rare doti venivano sfruttate con l'inganno l'albanese, intollerante ai soprusi e alle
slealtà, diventava una belva e ricorreva subito alle armi. Le fonti storiche sono concordi nel
mettere in luce l'acuta indigenza degli esuli che giunsero "Ignudi e meschini". Questi
gruppi di ex guerrieri giunsero in un periodo di grande crisi politica ed economica della Calabria
che vedeva le campagne spopolate e quindi prive di braccia. La disastrata condizione dell'economia
agricola ritrovò una boccata di ossigeno grazie agli esuli albanesi che vennero sempre
sottoposti a mortificanti condizioni di servizio con imposizioni di patti esosi.
§ 3.3 La situazione religiosa dei profughi albanesi in Italia
Dal punto di vista religioso, gli albanesi non dipendevano dalla Santa Sede, ma
dalla Chiesa Greca, il cui capo, il Patriarca, risiedeva a Costantinopoli. Questi seguivano il rito
greco-ortodosso che per lingua, costumi e tradizioni era differente dal rito latino. Emigrati in
Italia i profughi passarono a far parte dell'Eparchia Greca di Occidente che comprendeva i territori
della Puglia, Calabria, Abruzzo, Basilicata, Sicilia ed altre regioni occidentali, nelle quali era
presente il rito greco. In questo periodo storico che va dal grande esodo (1466-1467) alla fine del
Concilio di Trento (1563), la Santa Sede, pur non avendo rapporti con la Chiesa greca, mostrò
comprensione prendendo a cuore la particolare situazione religiosa e collaborando con i vescovi per
il bene dei profughi; ciò è dimostrato dai vari vescovi greco-ortodossi, consacrati
nell'Eparchia di Ocrida. I vescovi latini invece, sin dal primo arrivo dei profughi, non videro di
buon occhio i sacerdoti di rito greco.
Il Rodotà dice: "............... Primieramente i vescovi latini
nulla o pochissimo intesi al rito novello........... per iscuoterla andavano in traccia di mezzi
opportuni .................". In secondo luogo i parroci latini, avidi di aumentare gli
emulamenti, impiegavano tutti gli artifizi per condurre gli albanesi alla Chiesa romana. Contro
questa situazione insorse Papa Paolo III (1534-1549), che minacciò gravi sanzioni contro i
vescovi di Bisignano, Rossano e Cosenza se avessero molestato il clero albanese.
Con la fine del Concilio di Trento (1563), la situazione si aggrava per il clero
ortodosso. Nel 1566 Pio V, stabilisce la piena sottomissione del clero bizantino. Per tali
disposizione e per le ostilità del clero latino, i vescovi greci, tentarono per lungo tempo di
concludere un accordo con la Santa Sede, e nonostante la mancanza di un'intesa, continuò nel
meridione l'arrivo di sacerdoti e vescovi provenienti dall'Epiro, dalla Macedonia e Pelopponneso.
Nonostante le difficoltà continuarono ad esercitare il loro ministero presso le
comunità albanesi con l'autorizzazione, altre volte con il semplice consenso.
Particolarmente intransigente verso quel clero fu il vescovo Prospero Vitaliano di
Bisignano, che addirittura (1573) rifiutò la comunione ad alcuni ragazzi albanesi. La Santa
Sede, nel frattempo aveva fatto in modo che le comunità albanesi ritornassero nella Chiesa di
Roma per la preparazione religiosa dei sacerdoti di rito greco, provvedendo alla loro preparazione
con scarsissima formazione religiosa e culturale. A risolvere tale situazione, ci pensò il
Papa Clemente XII, che istituì il Collegio Italo-Greco "Corsini" in S. Benedetto
Ullano nel 1732.
Nel 1735 si ottenne finalmente la facoltà di ordinare sacerdoti
greco-ortodossi. Purtroppo la situazione, soprattutto nel meridione, andava via via decadendo.
Infatti i sacerdoti di rito greco-ortodosso non ricevendo un'opportuna preparazione religiosa,
compievano meccanicamente le funzioni ecclesiastiche, come un sacrestano; molti paesetti, di fronte a
questa situazione, spinti dai vescovi latini, dai feudatari e dalla disperazione, passarono al rito
latino.
Le comunità albanesi, dovettero attendere fino al 1919 per la risoluzione
del grande problema. Infatti Benedetto XV istituì le eparchie di Lungro dipendente
direttamente dalla Santa Sede, per i paesi della Calabria e della Basilicata che conservavano il rito
greco. Anche il collegio di S. Demetrio contribuirà alla fine di questa dolorosa situazione,
poichè da quest'istituto cominceranno ad uscire sacerdoti ben preparati, che riprenderanno il
ruolo di guida delle comunità albanesi.
§ 3.4 I profughi nel Cosentino
Un grosso contingente di albanesi giunse dopo la caduta di Kruja e di Scutari
(1478-79). dopo un inutile difesa, senza aiuti, molte migliaia di sconfortate famiglie si mossero per
raggiungere i loro connazionali che negli anni precedenti si erano già stabiliti in Calabria. A
questo periodo risale il ripopolamento di antiche abbazie e la fondazione di paesi arroccati sulle
montagne: Lungro, Firmo, Acquaformosa, Civita, Frascineto, Eianina, San Basile, Mongrassano, Santa
Sofia, S. Benedetto.
Questi gruppi di ex guerrieri e pastori arrivarono in un periodo di profonda crisi
politico-economica della Calabria che vedeva le campagne spopolate e quindi bisognose di braccia. La
dissestata economia agricola ritrovò una netta ripresa per merito degli esuli albanesi che
vennero sempre sottoposti a mortificanti condizioni di servizio.
La loro lingua, incomprensibile, il loro attaccamento alle antiche tradizioni, i
loro riti così diversi dalle popolazioni italiane, suscitarono il sospetto dei vescovi che
iniziarono a opprimerli e a perseguitarli. Gli Arberesh incontrarono gran difficoltà nel
godere di alcuni diritti elementari come il possesso di una casa decente, la possibilità di
costruire una chiesa per i loro riti. Le liti e le incomprensioni tra le due popolazioni durarono a
lungo con i risentimenti e le reazioni di entrambi le parti. Il comune di Cosenza, richiese
addirittura che fossero costretti ad abitare in luoghi chiusi e murati, gli fu vietato di andare a
cavallo con selle, briglie e speroni o di andare in città con i cappelli. Tutto ciò li
inasprì così tanto che gli albanesi venivano chiamati "cagnuli" e da questi
"porci".
Solo nel 1596, Demetrio e Lazzaro Belluscio di Civita, ottennero di andare a
cavallo con selle e briglie, nonostante fossero albanesi. Domenico Zangali rende omaggio "alle
mani incallite dei coloni albanesi, spesso di nobile e chiara origine che non disdegnarono di reggere
le stive e l'aratro, perchè in essi vi fu l'onestà del lavoro, la religione del dovere
e il rispetto della vita".
4. Firmo: storia, usi e tradizioni
§ 4.1 Introduzione
Firmo, comune di 2700 abitanti della provincia di Cosenza, è uno dei 43
comuni arbereshe che con l'aggiunta di nove frazioni, compongono l'Arberia, ossia la comunità
Italo-Albanese, presente in Italia da oltre cinque secoli e distribuita nelle regioni meridionali,
soprattutto in Calabria e Sicilia.
Le comunità arberesh contano 130.000 abitanti, ma tale numero va certamente
raddoppiato se si tiene conto di tutti gli italo-albanesi non censiti come tali perchè sparsi
nei paesi e nelle città italiane.
Gli Arbereshe hanno mantenuto le peculiarità della loro etnia, infatti sono
rimasti albanesi per lingua, usanze, cultura e tradizione religiosa di rito greco bizantino. In
Italia le Diocesi o Eparchie di rito greco sono due: Lungro (CS) e Piana degli Albanesi (PA).
§ 4.2 Il centro abitato
Il paese, adagiato su una collina a 369 metri s.l.m., ha una superficie di Kmq
11,53 confina con i territori di Altomonte, Lungro e Saracena. È lambito dalla SS 105,
è attraversato dalla ex strada provinciale che porta al bivio di Cammarata, congiungendo la
predetta SS 105 con la SS19. Dista 60 Km da Cosenza, a cui è collegata con la SS 534 che lo
allaccia con l'autostrada del Sole.
Grazie alla sua posizione geografica costituisce un terrazzo sulla piana di Sibari,
con alle spalle la catena del Pollino che fa da sfondo. Nel fondo valle, sul lato nord-est del centro
abitato, scorre il fiume Tiro che viene declassato a torrente anche se utilizzato per l'irrigazione
dei territori di Firmo e di Lungro, quindi un grande aiuto per l'economia del paese.
Il paese è caratterizzato da molte piazzette e strade che gli conferiscono
quell'aspetto tradizionale tipico di un paese pieno di storia. Strade, stradette e vicoli salgono
tutti dolcemente verso la Chiesa dell'Assunta, che sorge nella parte più elevata della collina
e domina con il suo campanile tutto l'abitato. La Chiesa parrocchiale di S. Maria Assunta in Cielo,
risale al XVI sec; è caratterizzata da una costruzione a pianta rettangolare munita di cella
ottagonale cuspidata, all'interno presenta tre navate che sono separate, due serie di tre pilastri
ognuna che sorreggono degli archi a tutto sesto presenti nelle stessa. La navata centrale ha la volta
a botte, mentre quelle laterali hanno le volte a crociera. Originariamente era una chiesa latina,
solo da poco è iniziata la sua trasformazione in chiesa di rito greco-bizantino, infatti si
è assistito all'abbattimento dell'altare maggiore, degli altari laterali e la costruzione al
centro dell'abside di un nuovo altare di marmo sormontato da un baldacchino di legno che riprende il
rito greco; ma affinché la trasformazione sia completa ci vorrebbe l'iconostasi. Sul campanile
a pianta quadrata poggia una cella ottagonale con due serie di aperture ad arco e una cupola
tondeggiante, sono poste due campane e l'orologio comunale. Il sagrato, elevato di quattro gradini,
costruito con lastroni di pietra rettangolare era fino al 1938-39 delimitato da una caratteristica
cancellata di ferro.
Attualmente a Firmo vi è un'altra parrocchia recentemente istituita: San
Giovanni Crisostomo sita a Piano dello Schiavo.
§ 4.3 Condizioni socio-economiche
Essendo posta su una via di comunicazione, Firmo ha subito il contatto con
popolazioni non albanesi, ma i numerosi "latini" che si sono fermati a Firmo e hanno messo
su famiglia hanno subito un processo di albanesizzazione. Infatti è sorprendente che
nonostante questo via vai, Firmo sia riuscita a mantenere la lingua e le tradizioni Arbereshe, cosa
che è molto più facile per i paesi internati, i cui abitanti hanno meno occasioni di
contatti "esterni".
Firmo è un paese prevalentemente agricolo, basato sulla produzione, vino,
ortaggi e frutta: soprattutto di fichi. Fino ai primi decenni di questo secolo era fiorente anche
l'allevamento del bestiame soprattutto ovini, caprini, suini e la coltivazione del gelso che
alimentava considerevolmente la bachicoltura. Altro sbocco occupazionale le segherie della zona e
le numerose fornaci per la fabbricazione di tegole e mattoni.
Purtroppo come è di norma nel Meridione anche a Firmo è molto sentito
il fenomeno dell'emigrazione. Infatti dagli anni 40 ad oggi, oltre mille persone sono emigrate in
cerca di lavoro soprattutto in Argentina, in Francia, in Svizzera e in Germania.
5. Origini di Firmo
§ 5.1 Cenni Storici
"Territorium de Firmo cum casali Albanentium et Graecorum, cum foreste
tenimenti pertinentium Saracenae, cum omnibus vasallis, vassallorumque redditibus" devesi
all' epoca di Giovanni Castriota.
Prima della venuta degli Albanesi il territorio di Firmo era un feudo disabitato,
incolto e boscoso appartenente ai principi di Bisignano e ai Padri Domenicani di Altomonte, che
l'avevano avuto da Ferdinando I D'Aragona, testimoniato dalla Platea del Convento di Altomonte del
1486 dove si dice:" Il convento acquistò le terre di Firmo nel 1486 da Ferdinando I di
Napoli, concedendogli la potestà civile, criminale e mista".
Gli Albanesi arrivarono a Firmo nel 1485, e qui si stanziarono (Firmo
Sottano o Inferiore) non cambiando nome a quel luogo, sia perchè non erano i proprietari del
posto, sia perchè il termine era simile alla parola arbereshe "Ferma" che significa
"casale agricolo".
§ 5.2 La nascita di Firmo Soprano
La nascita di Firmo Soprano risale al 1502 quando Berardino Sanseverino, figlio di
Geronimo, ritornò fedele agli Aragonesi sotto Ferrante II e Ferdinando D'Aragona. Per tale
motivo riuscirà a riavere dal sovrano le proprietà o meglio solo alcune di quelle
appartenute al padre, tra cui la località Foresta (Firmo Soprano).
In questo periodo sarà proprio Berardino a cedere al conte Alessio Comite,
fuggito da Costantinopoli per non sottostare alla tirannide dei Turchi, un podere comprendente anche
la contrada Foresta: perchè vi edificasse un villaggio di albanesi o greci a suo piacimento.
Di questa concessione restano alcuni atti (Fonte: Archivio Sanseverino di Napoli) in cui viene data
la possibilità agli albanesi di godere del privilegio di abitare e coltivare questi territori
così come era stato fatto per gli albanesi di Lungro e Acquaformosa. "Albanesi gaudere
tutte le franchizze chi gaudano li albanesi de Lungro". E' possibile riferirsi ad un'altra
ordinanza della principessa di Bisignano (Archivio S. Severino di Napoli) in cui comanda che gli
albanesi di Firmo usino il terreno senza alcun problema "Principissa Bisisiani vole et
comanda che l'albanisi di Firmo usino lo terreno così come l'usano et gaudano l'albanisi de
Lungro"
Il feudo fu diviso in due contrade da un arco "Ka Markasati": Firmo
Soprano su cui vantava i diritti Don Berardino Sanseverino per la camera di Altomonte, e Sottano
appartenente ai Padri Domenicani. Come risulta da uno strumento del 1303 il territorio del Comite
(Firmo Soprano) venne abitato da pochissimi vassalli che coltivarono i campi e costruirono case e
pagliai, previo pagamento di un canone annuo di tre carlini ad Alessio Comite, intermediario del
principe del Bisignano. "Princips Bisignani, Comes Altimontis nobili Alexio; comiti graeco
constantinopolitanus............ donamus, concedimus in perpetuum territorium da Firmo, in tenimento
terrae et forestae............. concedimus eidam Alexio et suis hacredibus cum omnibus terris cultis
et incultis........... concedimus forestis arboribus, plenis montibus, vallibus, animalibusque,
silvestribus et volatibus................... que possit construere casale unus
albaneses......................." (Documento originale Cassano Jonio 1502)
Nel 1543 il Regio Numeratore registrò a Firmo 37 Fuochi e 117 abitanti, due
anni dopo i fuochi salirono a 42. Del Comite si conserva la prima casa circolare d'ispirazione
orientale. Unica discendente del Comite fu la figlia Chiara che morì nel 1513, epoca in cui
al principe di Bisignano Berardino succedette il figlio Pietrantonio. Quest'ultimo cedette i diritti
sul Casale di Firmo Soprano a Giulio del Cilento. Nel 1530 questi cedette a Cesare suo figlio i suoi
diritti, aggiungendo la clausola Feudali Servitio et adoha a favora dei Principi di
Bisignano.
Nel 1548, Cesare del Cilento vendette i suoi diritti al barone Giacomo Campolongo,
al quale nel 1572 succedette il figlio Francesco, che non solo fu il barone di Firmo Superiore, ma
comprò anche le terre di Lungro, i Casali di S. Basile e Civita. Secondo un antico manoscritto
di famiglia (Archivio di Cosenza) "Domenico Campolongo, figlio di Giacomo, sarebbe stato il
primo barone di Firmo casale sito in territorio di Altomonte". Infatti da uno strumento
stipulato in Altomonte il 1º Settembre 1540 dal notaio F. Pisciotta di Altomonte "Il nobile
Cesare del Cilento, vendeva ai nobili Giacomino e Felice Campolongo (fratelli e figli di Domenico) il
casale di Firmo con tutti i suoi diritti, rendite e pesi ed una foreste sita nel territorio di
Saracena per il prezzo complessivo di 750 ducati" (arch. di stato di Cosenza pergamena n. 77).
Felice Campolongo fu capitano di fanti nelle guerre contro i francesi e sergente
maggiore nella conquista d'Italia, per questo suo valore Carlo V nel 1536 lo accolse tra i suoi
familiari. Francesco Campolongo, figlio del predetto Giacomo, non solo fu barone di firmo Superiore,
ma comprò anche le terre di Lungo e i casali di S. Basile , Civita, le terre di Calopezzati, il
Casale di Porcile portato in dote dalla moglie. Nel 1575, il detto Francesco, comprò dal
Principe Berardino Sanseverino i diritti di casalinaggio sempre negati agli antecessori baroni. Nel
1580, prese a censo enfiteutico per 60 ducati annui il Casale di Firmo Inferiore con le terre,
vassalli, iure vaxallorum . Nel 1630 Tiberio Campolongo, che era figlio di Muzio, barone di
Acquaformosa, comprava il Casale di Firmo dalla zia Vittoria, in seguito nel 1644 il casale di Firmo
soprano fu messo in vendita all'asta a Napoli. Sequestrato dai creditori, il casale di Firmo Soprano,
fu venduto a Francesco de Massa per 5000 ducati.
Dal Rodotà "In anno 1644 per ordine delle Gran corte vicaria fu
venduto a Francesco de Massa il Casale di Firmo Soprano con il patto de retrovendendo fra anni cinque
per prezzo de ducati 5000 con assenso regio, dichiarando che in detta compra ello havere soltanto il
nome, ma i monasterio è vero compratore".
Successivamente sarà attestata la vendita di Firmo Soprano da Massa ad
Antonio Parise per poi rivenderlo ai Domenicani "Il signore Antonio Parise , dichiara come li
ducati 2000 pagati per la compra siano delli padri dello convento".
In seguito il casale fu venduto a Lelio Salituro 1663 per ottanta ducati. Dal cartulario n. 76
"Il nostro casale fu prima fittato a Domenico Salituro in seguito fu censuato a
Carlo Salituro come tutore di Gaetano Salituro figlio del suddetto Domenico"
Il 19 Dicembre 1682 il feudo passava dai Salituro ai Gramazio. Archivio di Stato di
Napoli vol. 9 "Il barone Gramazio have comprato dal Signor Don Gaetano Salituri il Casale di
Firmo con il suo castello e fortezza, casa e palazzo, vassalli etc. il prezzo ammonta a 4500
ducati"
I Gramazio per avere i soldi per l'acquisto di Firmo Soprano li chiesero ai frati
Domenicani di Altomonte ipotecando così la baronia (1712). Dal Cartulario n. 179 "Il
signor G. Gramazio, Domenico e Nicola suoi figli si obbligano a pagare a questo convento annui ducati
36 per lo capitale di ducati 600 e l'have ipotecati soprattutto i suoi beni feudali". La
Famiglia Gramazio mantenne i diritti baronali fino al 1806, anno dell'eversione della
feudalità.
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